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© Simone Di Luca

Un’intensa Mandracchia al Teatro Rossetti

E’ una favola dolce amara. Franco Però sceglie per l’inaugurazione della stagione del Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia in qualità di direttore e regista un testo francese, surreale, come la “Pazza di Chaillot” di Jean Giraudoux per parlare di ambiente e per riflettere sulla corruzione morale dei nostri tempi. Lo trasforma quasi in un cameo alleggerendo, grazie all’adattamento di Letizia Russo la versione originale francese senza toglierne lo spessore. Al centro c’è lei, “La Pazza di Chaillot” ,  interpretata da una intensa Manuela Mandracchia, una delle migliori attrici del panorama nazionale, reduce fra l’altro dal recente Festival del Cinema di Venezia per il film “I predatori”. Il suo talento ed esperienza da attrice pluripremiata e versatile la rende fulcro di un testo che è pura azione teatrale. Un palcoscenico pressoché vuoto disegnato dallo scenografo Domenico Franchi (un pendio erboso per gli esterni, un tappeto rosso per gli interni e qualche sedia e tavolini da caffè) per far emergere l’essenziale: lo scontro tra vita e morte, tra avidità e amore. Giraudoux scandaglia  la doppiezza umana.  Rappresenta un mondo che ha smarrito il suo legame vivifico con la natura e la bellezza e che si è perso dietro  al cinico e ansiogeno interesse dei mercati. Ecco allora da una parte (in nero) questi nuovi Parassiti (il Presidente, il Barone e i lo Speculatore) dall’altra, coloratissimi, gli spiriti liberi che il costumista Andrea Viotti immagina come i poveri di oggi, gli homeless, abituati a raccattare e accostare gli indumenti più diversi. A loro il commediografo francese affida il suo pensiero  in cui vibrante è l’eco del totalitarismo morbido di Gunther Anders e la denuncia del pericolo della massificazione e della disumanizzazione. “Dobbiamo ottenere che tutti i lavoratori abbiano lo stesso viso, lo stesso abito, gli stessi gesti, le medesime parole -dice il Presidente – solo così il dirigente potrà convincersi che un sol uomo suda e lavora” dice in questa commedia lungamente elaborata durante la seconda guerra mondiale e rappresentata postuma da Louis Jouvet nel dicembre del 1945. Gli fa eco Il Cenciaiolo: “da dieci anni in qua noi vediamo che questo mondo sta diventando sempre più brutto, sempre più cattivo. L’epoca degli schiavi si avvicina – aggiunge – noi siamo gli ultimi uomini liberi”. Operazione intelligente dunque la ripresa di questo testo poco conosciuto ma che già aveva catturato l’attenzione di Strehler e Ronconi. E ne fa una missiva indirizzata soprattutto ai giovani per i quali l’impegno politico e civile si è allontanato dai modelli del passato per legarsi ai temi ambientali ed etici ( le fragilità del pianeta, le speculazione efferata, l’ingordigia umana) senza tralasciare le dinamiche di potere e la relazione tra élite (autoproclamate) e classi popolari. A loro, ai giovani, è allora rivolta oggi l’interrogativo che Aurélie, la pazza, pronuncia: “Potete vivere in un mondo dove la gente non è felice dal momento in cui si alza a quello in cui va a dormire? Dove nessuno sa più chi è il suo padrone? Siete così vili? “ Una domanda  che ci interroga  profondamente.

Lo spettacolo – con le luci di Pasquale Mari e le musiche di Antonio Di Pofi – conta su una compagnia numerosa, piena di energia che incarna con generosità i molti personaggi della pièce: accanto a Manuela Mandracchia e al Cenciaiolo di Giovanni Crippa sono in scena Filippo Borghi (Martial), Emanuele Fortunati (Pierre), Ester Galazzi (Gabrielle), Andrea Germani (Prospettore), Mauro Malinverno (Barone), Riccardo Maranzana (Speculatore/Guardia), Francesco Migliaccio (Presidente), Jacopo Morra (Sordomuto/Jadin/Fognaiolo), Zoe Pernici (Irma), Maria Grazia Plos (Constance), Miriam Podgornik (Fioraia/Piccola Risparmiatrice/Salvatrice).

In scena a sino a domenica 11 ottobre.

Ai microfoni di Teatralmente la rubrica di Radio Punto Zero ospite Giovanni Crippa. Per riascoltare l’intervista:

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