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Al Rossetti, a tempo di Cabaret

Ci sono musical per svagarsi e altri  per sognare. Altri ancora per ammonire.  Cabaret è fra questi con il suo fascino eterno dal sapore amaro. Sembra fatto per il nostro tempo il testo di Joe Masterof  in cui la denuncia della tentazione estrema dell’indifferenza e il rifugio nella prigione dorata dell’edonismo e dell’individualismo prendono voce universale.
È intorno a questo pensiero che Saverio Marconi, giunto alla sua terza edizione di Cabaret, regala per la  storica Compagnia della Rancia.  Primo appuntamento nel Cartellone Musical del Teatro Rossetti di Trieste,  questa volta è decisamente  una versione più intima e decadente del solito, più dura e sincera. Marconi attinge probabilmente alla purezza della commedia di John Van Druten – tratta dal romanzo quasi autobiografico di Isherwood, Addio alle armi – e a cui Masteroff si ispirò facendolo diventare uno dei titoli più conosciuti della storia del musical.
Famosissime le musiche scritte da John Kander sulle liriche di Fred Ebb, con brani intramontabili come “Life is a cabaret, Mein Herr, Maybe This Time e Money Money Money” (musiche rese note al mondo intero anche dal film interpretato dall’intensa Liza Minelli nel 1972 ) tradotte in italiano per questa edizione da Michele Renzullo.
Reso insomma essenziale l’impianto generale, Marconi ha selezionato questa volta con particolare meticolosità il cast che vede una grintosa e vocalmente dotata, Giulia Ottonello (vincitrice nel 2003 del talent di Maria de Filippi) perfetta per il ruolo della giovane stella Sally Bowles, tanto ingenua quanto carnale, sognatrice ed egocentrica. Accanto a lei il versatile e artisticamente maturo Giampiero Ingrassia, magistrale nell’arduo compito che è del Maestro di Cerimonie, la grottesca maschera espressionista che invita ad entrare nel suo trasgressivo Kit Kat Klub chi vuole dimenticare il mondo. Perfetti ed efficaci entrambi nel ruolo dei protagonisti sono affiancati da una decina in tutto tra ballerine e attori (tra cui Alessandro Di Giulio nei panni di Cliff e Michele Renzullo in quelli di Herr Scultz)  che danno vita di volta ai personaggi, anche loro grotteschi, perennemente in conflitto tra realtà e incoscienza rispetto al pericolo segnato dall’inarrestabile avvento del nazismo. Efficaci anche in clima così volutamente decadente le coreografie di Gillian Bruce e i costumi di Carla Accoramboni.
Tutto allora si muove veloce in un allestimento scarno e polveroso ma studiatamente curato, fatto da drappi e corde, insegne cadenti e pannelli mobili per ricostruire, ma non troppo, la Berlino degli Anni ’30 e lasciare così libere, in un gioco di continui rimandi da teatro nel teatro, le assonanze con il nostro presente e il rischio sempre presente di voler evadere dalla storia e di lamentarsi senza però mai reagire per cambiare. È anche questa la forza e il monito di Cabaret che Marconi sottolinea con precise scelte registiche, che non vogliono lasciar affatto spazio a lustrini e paiettes ma che trovano piuttosto precise indicazioni nella tavolozza dei colori  dell’espressionismo tedesco. Efficace allora,  in questa precisa chiave di denuncia sociale,  il finale prepotentemente amaro e crudo con cui Saverio Marconi sigla questa edizione.
Si replica al Teatro Rossetti sino al 20 novembre

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È intorno a questo pensiero che Saverio Marconi, giunto alla sua terza edizione di Cabaret, regala per la  storica Compagnia della Rancia.  Primo appuntamento nel Cartellone Musical del Teatro Rossetti di Trieste,  questa volta è decisamente  una versione più intima e decadente del solito, più dura e sincera. Marconi attinge probabilmente alla purezza della commedia di John Van Druten – tratta dal romanzo quasi autobiografico di Isherwood, Addio alle armi – e a cui Masteroff si ispirò facendolo diventare uno dei titoli più conosciuti della storia del musical.
Famosissime le musiche scritte da John Kander sulle liriche di Fred Ebb, con brani intramontabili come “Life is a cabaret, Mein Herr, Maybe This Time e Money Money Money” (musiche rese note al mondo intero anche dal film interpretato dall’intensa Liza Minelli nel 1972 ) tradotte in italiano per questa edizione da Michele Renzullo.
Reso insomma essenziale l’impianto generale, Marconi ha selezionato questa volta con particolare meticolosità il cast che vede una grintosa e vocalmente dotata, Giulia Ottonello (vincitrice nel 2003 del talent di Maria de Filippi) perfetta per il ruolo della giovane stella Sally Bowles, tanto ingenua quanto carnale, sognatrice ed egocentrica. Accanto a lei il versatile e artisticamente maturo Giampiero Ingrassia, magistrale nell’arduo compito che è del Maestro di Cerimonie, la grottesca maschera espressionista che invita ad entrare nel suo trasgressivo Kit Kat Klub chi vuole dimenticare il mondo. Perfetti ed efficaci entrambi nel ruolo dei protagonisti sono affiancati da una decina in tutto tra ballerine e attori (tra cui Alessandro Di Giulio nei panni di Cliff e Michele Renzullo in quelli di Herr Scultz)  che danno vita di volta ai personaggi, anche loro grotteschi, perennemente in conflitto tra realtà e incoscienza rispetto al pericolo segnato dall’inarrestabile avvento del nazismo. Efficaci anche in clima così volutamente decadente le coreografie di Gillian Bruce e i costumi di Carla Accoramboni.
Tutto allora si muove veloce in un allestimento scarno e polveroso ma studiatamente curato, fatto da drappi e corde, insegne cadenti e pannelli mobili per ricostruire, ma non troppo, la Berlino degli Anni ’30 e lasciare così libere, in un gioco di continui rimandi da teatro nel teatro, le assonanze con il nostro presente e il rischio sempre presente di voler evadere dalla storia e di lamentarsi senza però mai reagire per cambiare. È anche questa la forza e il monito di Cabaret che Marconi sottolinea con precise scelte registiche, che non vogliono lasciar affatto spazio a lustrini e paiettes ma che trovano piuttosto precise indicazioni nella tavolozza dei colori  dell’espressionismo tedesco. Efficace allora,  in questa precisa chiave di denuncia sociale,  il finale prepotentemente amaro e crudo con cui Saverio Marconi sigla questa edizione.
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Ci sono musical per svagarsi e altri  per sognare. Altri ancora per ammonire.  Cabaret è fra questi con il suo fascino eterno dal sapore amaro. Sembra fatto per il nostro tempo il testo di Joe Masterof  in cui la denuncia della tentazione estrema dell’indifferenza e il rifugio nella prigione dorata dell’edonismo e dell’individualismo prendono voce universale.
È intorno a questo pensiero che Saverio Marconi, giunto alla sua terza edizione di Cabaret, regala per la  storica Compagnia della Rancia.  Primo appuntamento nel Cartellone Musical del Teatro Rossetti di Trieste,  questa volta è decisamente  una versione più intima e decadente del solito, più dura e sincera. Marconi attinge probabilmente alla purezza della commedia di John Van Druten – tratta dal romanzo quasi autobiografico di Isherwood, Addio alle armi – e a cui Masteroff si ispirò facendolo diventare uno dei titoli più conosciuti della storia del musical.
Famosissime le musiche scritte da John Kander sulle liriche di Fred Ebb, con brani intramontabili come “Life is a cabaret, Mein Herr, Maybe This Time e Money Money Money” (musiche rese note al mondo intero anche dal film interpretato dall’intensa Liza Minelli nel 1972 ) tradotte in italiano per questa edizione da Michele Renzullo.
Reso insomma essenziale l’impianto generale, Marconi ha selezionato questa volta con particolare meticolosità il cast che vede una grintosa e vocalmente dotata, Giulia Ottonello (vincitrice nel 2003 del talent di Maria de Filippi) perfetta per il ruolo della giovane stella Sally Bowles, tanto ingenua quanto carnale, sognatrice ed egocentrica. Accanto a lei il versatile e artisticamente maturo Giampiero Ingrassia, magistrale nell’arduo compito che è del Maestro di Cerimonie, la grottesca maschera espressionista che invita ad entrare nel suo trasgressivo Kit Kat Klub chi vuole dimenticare il mondo. Perfetti ed efficaci entrambi nel ruolo dei protagonisti sono affiancati da una decina in tutto tra ballerine e attori (tra cui Alessandro Di Giulio nei panni di Cliff e Michele Renzullo in quelli di Herr Scultz)  che danno vita di volta ai personaggi, anche loro grotteschi, perennemente in conflitto tra realtà e incoscienza rispetto al pericolo segnato dall’inarrestabile avvento del nazismo. Efficaci anche in clima così volutamente decadente le coreografie di Gillian Bruce e i costumi di Carla Accoramboni.
Tutto allora si muove veloce in un allestimento scarno e polveroso ma studiatamente curato, fatto da drappi e corde, insegne cadenti e pannelli mobili per ricostruire, ma non troppo, la Berlino degli Anni ’30 e lasciare così libere, in un gioco di continui rimandi da teatro nel teatro, le assonanze con il nostro presente e il rischio sempre presente di voler evadere dalla storia e di lamentarsi senza però mai reagire per cambiare. È anche questa la forza e il monito di Cabaret che Marconi sottolinea con precise scelte registiche, che non vogliono lasciar affatto spazio a lustrini e paiettes ma che trovano piuttosto precise indicazioni nella tavolozza dei colori  dell’espressionismo tedesco. Efficace allora,  in questa precisa chiave di denuncia sociale,  il finale prepotentemente amaro e crudo con cui Saverio Marconi sigla questa edizione.
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