fbpx

Cultura Spettacoli

Al Verdi una Turandot ricca di fascino

today13 Maggio 2023

Sfondo
share close
AD

Non poteva concludersi meglio la Stagione lirica del Teatro Verdi di Trieste. In scena, sino al 21 maggio,  la Turandot di Giacomo Puccini – senza finale Alfano – ha incassato gli applausi del pubblico  offrendo una rilettura dell’opera pucciniana tutta contemporanea e fuori dai desueti cliché della fiaba esotica. Un mondo diviso in due: chi detiene il potere e chi ne è  escluso e ne subisce passivamente gli effetti. Questa la linea registica ideata da Davide Garattini Raimondi per il nuovo allestimento della Fondazione del Teatro VerdiTs, che offre una versione suggestiva su più livelli e indaga, attraverso gli elementi  forniti dal compositore, temi importanti quanto mai attuali: la fragilità della condizione umana, simile a quella dell’elegante porcellana cinese di cui vi sono numerosi rimandi in scena, il senso del riscatto esistenziale, affidata al personaggio di Liù, le oppressioni dei popoli da parte di qualsiasi totalitarismo di cui si fa portavoce il Coro.

Ecco allora che il mondo, astratto e visionario, asciutto e onirico  ideato dal regista milanese, scosso a tratti dalla forza emotiva del racconto, prende forma nelle scenografie  e nell’efficace disegno luci di Paolo Vitale, che inventa  un telaio industriale che si staglia in verticale su sfondi di forte impatto estetico e connotato da  un orientalismo appena accennato.

Un mondo in ogni caso giocato tutto in bianco e nero,  come su una scacchiera,  e che pare  ammiccare, con garbo ed eleganza, anche alle ambientazioni di Star Wars: bianco è  il mondo imperiale, un assoluto insensibile dove comanda la crudele (ma fragile) Turandot. Nero è al contrario il mondo degli umili, fragili anch’essi, che vivono nell’ombra, con le loro passioni e desideri. Questo è anche il mondo di chi, pur  succube, assiste al disintegrarsi dell’antico potere (fragile anch’esso) e anela alla libertà. In linea con questa sorta di manicheismo rivisitato sono allora  i costumi del siciliano Danilo Coppola, per la prima volta a Trieste, che rinnova e decontestualizza elegantemente la moda cinese per priettarla in un futuro prossimo.

Messo cosi da parte  il mondo fiabesco  appare un scena  un’ambientazione quasi futuristica, ricca di rimandi, simbologie (dove possiamo ritrovarvi persino  la Cina contemporanea e il suo rapporto con la tecnologia) e di parallelismi. Un mondo dicotomico che alla fine troverà la sua ricomposizione – e la definitiva sua messa a terra collettiva- solo grazie al sacrificio di Liù, unica a dare scacco matto a Turandot e a liberarla dalla paura dell’amore sciogliendone la corazza che avvolge il suo cuore.

L’interpretazione offerta trova il consenso del pubblico meno nostalgico e trova il suo piú efficace completamento nella  bacchetta  impeccabile del maestro spagnolo di caratura internazionale Jordi Bernácer,  la cui conduzione d’orchestra valorizza  sapientemente la maestosità della partitura pucciniana in tutti i suoi colori orchestrali, trovando la giusta misura tra esuberanza e delicatezza, entrambe  presenti nell’ultima opera di Puccini rimasta incompiuta.

Di ottimo livello il primo cast visto in scena che dà nuova vita ai personaggi pucciniani. A partire dal potente Calaf del francesa Amadi Lagha che, nuovamente a Trieste, strappa il più caloroso applauso del pubblico nell’aria più famosa del “Nessun dorma”.  Anche la Liù, attenta e audace, della giovane russa Ilona Revolskaya  entusiasma per l’ottima coloratura, fraseggio e accento convincenti. Al suo debutto nel ruolo e sul palcoscenico triestino restituisce una figura femminile moderna e consapevole nel suo sacrificio d’amore e libertà. Nel difficile ruolo della protagonista, ritroviamo invece  il soprano croato, Kristina Kolar,  che regala efficacemente una Turandot in bilico tra crudelta e fragilità, interpetando perfettamente il mandato affidatole dal regista che la vuole più contenuta e meno granitica.

Ottima prova infine  anche per Nicolo Ceriami, Ping, Sverio Pugliese, Pang, e Enrico Iviglia Pong, a cui e affidata la parte centrale dell’opera, come pure il Coro e l’Orchestra del Teatro Verdi.

Ma l’intero cast vocale  riporta a Trieste questa alternanza tra giovani talenti e solide star, che è stata una delle cifre stilistiche di questa stagione e che promette di diventare una costante, etica ed estetica, di tutte le future scelte all’insegna del talento.

Foto F. Parenzan

Scritto da: Monica Ferri

Rate it

0%