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Cenerentola di Rossini: dalla favola alla metafora

Allegra, grintosa e mataforica. Incassa applausi calorosi, questo allestimento della Cenerentola di Rossini, prodotto dalla Greek National Opera di Atene per la prima volta in Italia, in scena al teatro Verdi di Trieste sino al 16 aprile. Piace  per la linea interpretativa e per la verve creativa di una talentuosa regista greca, Rodula Gaitanou, formatasi a Parigi e attiva a Londra. La giovane regista prende la bella favola (ispirata alla versione di Perrault e divenuta opera agli inizi dell’800 grazie a Gioacchino Rossini che la compose in meno di un mese) e la trasporta nel 1929, ai tempi della Grande Depressione americana. Ne fa occasione, anche per alludere a un paese segnato dalla decadenza, la Grecia, cenerentola d’Europa, portandoci dentro un teatro sull’orlo del fallimento, complice un’inusuale e accattivante proposta scenografica giocata su piú livelli e piú piani, ideata dallo scenografo internazionale Simon Corder. L’opera comica, ricca di spunti e coloriture, con motivi tipici del teatro borghese, ben si presta a quest’operazione di svecchiamento. Cosí  la  caduta e il riscatto  della protagonista Angelina -Cenerentola diventano  metafora di una nazione  che, come lei, è  alla ricerca di lieto fine. Nel ruolo primcipale Josè Maria Lo Monaco (prima volta a Trieste)  oltre a essere a suo agio nel ruolo rossiniano, che l’hanno già fatta apprezzare sullo scenario europeo, possiede quel certo non so che che esprime insieme quell’ ingenuità e fierezza che il ruolo le richiede. Al suo fianco il tenore uruguagio Leonardo Ferrando, già sentito e apprezzato a Trieste lo scorso dicembre nel ruolo di Nemorino ne L’elisir d’amore e un decisamente frizzante Fabio Previati (Dandini), gradito ritorno per lui al Verdi, a cui è affidata gran parte della verve comica. Completano il cast Vincenzo Nizzardo, nel ruolo di Don Magnifico, patrigno di Cenerentola, Lina Johnson, Clorinda, e per entrambe le compagnie, Irini Karaianni (Tisbe) e Filippo Polinelli (Alidoro). Oltre alla qualità del cast apprezzata anche la conduzione del giovane direttore d’orchestra, George Petrou, al debutto sul podio del Verdi, già attestatosi come uno dei piú interessanti direttori d’orchestra della sua generazione grazie ai molti successi incassati in giro per l’Europa.
E l’operazione nel suo insieme è piaciuta al pubblico. Pur conservando l’elemento fiabesco della narrazione originale, la produzione greca pare avvicinare l’opera a noi, rivendicando l’incertezza e insieme il diritto a sognare propria di ogni  gioventù in crisi, non solo quella greca,  e ne evidenzia una via di uscita nella volontà, non priva di caparbietà, di coltivare la speranza, l’unica che puó cambiare un destino.

m.f.

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