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Una Traviata da non perdere

TRIESTE. Ha piú di vent’anni alle spalle ma non li dimostra. E’ arrivato, infatti, al Verdi “La Traviata degli specchi”, il famoso allestimento del capolavoro verdiano – opera lirica già di per sé immortale – che ha debuttato venerdí scorso, incassando applausi e consensi da parte dei pubblico. Proposto per la prima volta dall’ente lirico triestino, l’allestimento è frutto del genio di Josef Svoboda, anticonvenzionale scenografo ceco morto nel 2002, e della colta regia del tedesco Henning Brockhaus, una carriera strepitosa alle spalle iniziata con Strehler.
Basta dire che l’unica scenografia è composta, appunto, da un grande imponente specchio in cui tutto si riflette, scintillando. Personaggi, oggetti e pure i grandi colorati tappeti, che nel ribaltamento di prospettive diventano fondale, offrono, come in un caleidoscopio, nuove e mai viste suggestioni visive, veri e propri palinsesti dinamici. Unica scenografia sí, ma mai monotona o noiosa. Anzi, in una sorta di continuo disvelamento, opulenta per colore, capace di enfatizzare il dinamismo del movimento scenico e, al contempo, di esaltare la presenza invisibile dello spettatore nella sua azione voyeuristica. Specchio presente, per lo piú discreto, ma che alla fine del terzo atto si erge, maestoso e dritto, come se volesse includere, o forse interrogare, i presenti sulla dolorosa vicenda di Violetta Valery, sulla lotta – sua ma anche nostra – tra morale e sociale, tra amore incondizionato e rispetto della tradizione.
Risultato, un continuo effetto straniante, quello tanto amato dal teatro brechtiano.
L’ambientazione prescelta da Brockhaus è quella dei primi anni del ‘900, in una Parigi, come viene raffigurata dal pittore Giovanni Boldini, con accenni al can-can ( o al burlesque?).
Tale ricchezza è una sfida per gli interpreti nel non farsi fagocitare da tale caleidoscopio colorato. Ci riesce bene Jessica Nuccio, una Violetta sfrontata, volubile e maliziosa quanto basta da accaparrarsi il consenso dei presenti e l’ucraino Vitalij Bilyy, nel ruolo del padre di Alfredo a cui alla fine il pubblico riserva anche grandi applausi. Un po’ piú assente il lituano Merunas Vitulskis, nei panni di Alfredo, che seppur tecnicamente perfetto, sembra non riuscire a “bucare lo schermo”. Molto apprezzata, infine, la conduzione, accurata e alla ricerca della tradizione, del maestro Gianluigi Gelmetti, ancora una volta amato protagonista suo podio triestino.
Si replica al Teatro Verdi sino sino al 1 aprile.

m.f.

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