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La bellezza del Rigoletto conquista il Verdi

Fare del Rigoletto di Giuseppe Verdi, l’opera simbolo del Risorgimento italiano, con i suoi valori di  culto, famiglia e patria, un testamento universale della condanna del maschilismo non è operazione facile. Ma funziona. L’elegante quanto eclettico, l’allestimento dell’Opera di Montecarlo – firmato dal suo direttore artistico e regista, Jean-Louis Grinda- ha incassato gli applausi alla prima al teatro Verdi di Trieste. Lo spettacolo, che ha anche inaugurato la stagione lirica, incanta per la qualità delle voci e anche per la modernitá , dal fascino internazionale con cui Grinda ricontestualizza il tema. Sotto la sua regia, ripresa da  Vanessa d’Ayral de Sérignac, il Rigoletto di Verdi – sul libretto scritto da Francesco Maria Piave ispirato al dramma Le Roi s’amuse di Victor Hugo- diventa opera archetipica e, dunque, universale del patriarcato e dei suoi pericoli. Maschilista infantile e superficiale, vero “tombeur del femmes” è il suo Duca di Mantova, a cui si contrappone l’ iperprotettivo padre-padrone Rigoletto, buffone maledetto. Entrambi complici inconsapevoli della morte di Gilda, l’archetipo femminino per eccellenza. Viene cosí sottolineata, e resa eterna, la profondità morale di quest’opera che scritta nel 1850, ruppe allora gli schemi tradizionali. Per farlo Grinda decontestualizza i riferimenti storici. Ma lo fa con lo spirito del collage e del contrasto. Spazia con citazioni dai romani ai vikinghi,  dal  ‘700 alla Bella Epoque (tanto altro ancora) senza perdere la coerenza d’insieme garantita dalla scenografia lineare ed essenziale di Rudy Sabounghi (ha al suo attivo tra le altre collaborazioni con La Scala e Luca Ronconi) e le luci astratto- metafisiche di Laurent Castaingt, light designer e scenografo impegnato nei piú importanti teatri del mondo. Ottimo il cast in scena.
Antonino Siragusa, tenore ospite nei maggiori teatri del mondo, debutta con piglio sicuro nei panni del Duca di Mantova, regalando potenza e sopracuti con agilità vocale e baldanzosità scenica. Calzante nel ruolo di Rigoletto anche il baritono rumeno Sebastian Catana – già sentito al Verdi cinque anni fa ne I due Foscari – che incarna nel suo personaggio un quid di dolorosa e ceca umanità che dà spessore al personaggio. Incantevole per talento e presenza scenica la soprano polacca Alessandra Kubas-Kruk, che ha debuttato al Verdi. A lei la magia di restituire la grazia e l’innocenza del personaggio femminile verdiano. Convincenti anche gli interpreti degli altri ruoli a partire dal basso Giorgio Giuseppini ( Sparafucile).
Impetuosa ed energica, a tratti incalzante, la conduzione del Maestro Fabrizio Maria Carminati imprime allo spartito.
Un Rigoletto da sentire ( alzi la mano chi non conosce le sue celebri arie, tra cui vi è La donna è mobile?)  che potrà qnche far discutere per le scelte registiche, ma che è potente denuncia comportamentale contro ogni maschilismo. E la Giornata mondiale contro la violenza sulle donne sembra esaltarne anche la dimensione di autocritica, quanto mai attuale e dal fascino decisamente sinistro. Si replica con doppia compagnia di canto sino al 3 dicembre.

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Fare del Rigoletto di Giuseppe Verdi, l’opera simbolo del Risorgimento italiano, con i suoi valori di  culto, famiglia e patria, un testamento universale della condanna del maschilismo non è operazione facile. Ma funziona. L’elegante quanto eclettico, l’allestimento dell’Opera di Montecarlo – firmato dal suo direttore artistico e regista, Jean-Louis Grinda- ha incassato gli applausi alla prima al teatro Verdi di Trieste. Lo spettacolo, che ha anche inaugurato la stagione lirica, incanta per la qualità delle voci e anche per la modernitá , dal fascino internazionale con cui Grinda ricontestualizza il tema. Sotto la sua regia, ripresa da  Vanessa d’Ayral de Sérignac, il Rigoletto di Verdi – sul libretto scritto da Francesco Maria Piave ispirato al dramma Le Roi s’amuse di Victor Hugo- diventa opera archetipica e, dunque, universale del patriarcato e dei suoi pericoli. Maschilista infantile e superficiale, vero “tombeur del femmes” è il suo Duca di Mantova, a cui si contrappone l’ iperprotettivo padre-padrone Rigoletto, buffone maledetto. Entrambi complici inconsapevoli della morte di Gilda, l’archetipo femminino per eccellenza. Viene cosí sottolineata, e resa eterna, la profondità morale di quest’opera che scritta nel 1850, ruppe allora gli schemi tradizionali. Per farlo Grinda decontestualizza i riferimenti storici. Ma lo fa con lo spirito del collage e del contrasto. Spazia con citazioni dai romani ai vikinghi,  dal  ‘700 alla Bella Epoque (tanto altro ancora) senza perdere la coerenza d’insieme garantita dalla scenografia lineare ed essenziale di Rudy Sabounghi (ha al suo attivo tra le altre collaborazioni con La Scala e Luca Ronconi) e le luci astratto- metafisiche di Laurent Castaingt, light designer e scenografo impegnato nei piú importanti teatri del mondo. Ottimo il cast in scena.
Antonino Siragusa, tenore ospite nei maggiori teatri del mondo, debutta con piglio sicuro nei panni del Duca di Mantova, regalando potenza e sopracuti con agilità vocale e baldanzosità scenica. Calzante nel ruolo di Rigoletto anche il baritono rumeno Sebastian Catana – già sentito al Verdi cinque anni fa ne I due Foscari – che incarna nel suo personaggio un quid di dolorosa e ceca umanità che dà spessore al personaggio. Incantevole per talento e presenza scenica la soprano polacca Alessandra Kubas-Kruk, che ha debuttato al Verdi. A lei la magia di restituire la grazia e l’innocenza del personaggio femminile verdiano. Convincenti anche gli interpreti degli altri ruoli a partire dal basso Giorgio Giuseppini ( Sparafucile).
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Impetuosa ed energica, a tratti incalzante, la conduzione del Maestro Fabrizio Maria Carminati imprime allo spartito.
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