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La forza del Trovatore al Verdi di Trieste

Una storia di inganni e passioni, una partitura che è uno dei capolavori dell’opera italiana e che richiede notevole sforzo vocale, un allestimento essenziale che fa discutere la critica.
Queste le caratteristiche del Trovatore di Giuseppe Verdi, in scena a Trieste sino al 27 gennaio, ispirato al romanzo epico cavalleresco di Antonio García Gutiérrez, storia ambientato nel XV secolo, da cui Salvatore Cammarano ne trasse poi il libretto.
Un titolo che mancava nel capoluogo giuliano dal 2009 e che ritorna per la diciannovesima volta sul palcoscenico del teatro lirico – proprio nell’anniversario della sua prima rappresentazione nel 1853. Rivive  dunque  un capolavoro, tanto antico da sfiorare il mito quanto prepotentemente moderno per la forza di una passione che consuma e per la sete di una vendetta  sempre pronta ad accecare l’animo umano.
Il Trovatore è la storia infatti di un fratricidio inconsapevole, frutto dell’inganno, e dell’amore impossibile tra Leonora e Manrico, amore contrastato  dal rivale il Conte di Luna e dalla Zingara Azucena. Ma è anche la riflessione  sull’ineluttabilità del proprio destino e sulla forza della maledizione che si abbatte sull’Uomo,  come fosse uno tsunami, temi cari al compositore di Busseto.

Non è dunque facile avvicinarsi ad un mostro sacro e tracciare ancora strade nuove, tanto più ai giorni nostri.
L’allestimento in scena del Teatro Nazionale Sloveno di Maribor, per la regia di Filippo Tonon, ricerca un’essenzialià scenica e mette in luce l’emblematicità di un amore tanto epico quanto sfortunato e che nulla ha da invidiare a quello, altrettanto famoso, di Giulietta e Romeo.
Tonon, lunga carriera alle spalle, collaboratore di lungo corso di Hugo de Anna, ci prova e pur in un impianto tradizionale scarnifica l’azione drammatica, ne isola fotogrammi espressivi, crea uno spazio nero dal quale emergono – oltre ai bei costumi di Cristina Aceti – efficaci camei visivi di buon gusto che ammiccano tra gli altri, ai quadri  di Goya e dei Prearaffaelliti. Offre una regia che a tratti quasi congela l’azione in fotogrammi  ma dove i personaggi possono riprendere il ruolo di unici catalizzatori della scena, coro compreso. Ne viene fuori uno spettacolo gradevole, gradito dal pubblico in sala, un po’ meno dalla critica di settor, uno di quegli spettacoli capaci di suscitare dibattiti interessanti sul valore e i limiti del semplificare.

Molti gli applausi a scena aperta grazie ad una interpretazione convincente e a una potenza vocale, anche se non perfetta, del cast della prima replica. Antonello Palombi (tenore dalla carriera lunga e internazionale al suo debutta al Verdi) offre un Manrico impetuoso e appassionato, quasi sanguigno nella sua interpretazione che tirar fuori quel furore immaginato da Verdi per questo giovane orgoglioso e sfrontat
Gli fa da contraltare nei panni del Conte di Luna, un Domenico Balzani, che ha offerto una buona e covincente prova,  dotata anche di  caratterizzazione del personaggio.
Al debutto sul palcoscenico del Verdi anche Marily Santoro – una Leonora convincente seppur misurata e dotata di grandi acuti –  e il mezzosoprano serbo, Milijana Nikoloc, una Azucena dall’interpetazione intrigante, anche se affaticata a tratti.
Bravo anche il basso Vladimir Sazdovski nei panni di Ferrando.
L’Orchestra del Verdi è diretta per la prima volta dal Maestro Francesco Pasqualetti, la cui conduzione rispettosa,  esplorando la lentezza escutiva suggerite a tratti da Verdi stesso, regala a orecchie esperte piccole sorprese celate nelle note compositive.

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