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L’epopea in musica del Principe Igor

Un angolo di Russia appare  sul palcoscenico  del Teatro Verdi a Trieste. Complice  è lo spettacolo  “ Il  principe Igor”, opera ottocentesca  di Aleksandr Porfir’evic Borodin, che di professione faceva il chimico,  lasciata incompiuta  dopo vent’anni di gestazione  e molto materiale prodotto e, infine, sistematizzato  e integrato da Nikolaj Rimskij-Korsakov e Aleksandr Glazunov.

Ritorna dopo 36 anni  grazie alla bella produzione dell’Odessa National Academic Theater of Opera del 2011 in lingua originale con sovratitoli in italiano e  inglese. Storico è il contenuto di quest’opera: narra  l’epopea   del principe Igor Sviatoslavich, nella Rus di Kiev, contro gli invasori Poloviciani le cui vicende furono raccontare  nel poema “Canto della schiera di Igor”del XII secolo.

L’allestimento in scena declina con una composta eleganza, sia il registro solenne che quello festoso che la  storia contiene. Tanto essenziale quanto scenicamente efficace mette in evidenza la partitura  del compositore russo e della sua opera. Ne restituisce anche  l’ afflato ottimistico ed esuberante  che caratterizzarono la sua poetica  e quella del “Gruppo dei Cinque” (musicisti non professionisti che, nella seconda metà dell’800, contribuirono a definire uno stile musicale russo tipicamente nazionale-popolare, basato sul patrimonio folkloristico) a cui Borodin aderì.

 Alla conduzione musicale sul podio del Verdi il maestro Igor Chernetski, già apprezzato a Trieste nella direzione della Bella Addormentata di Tchaikoskij a dicembre 2018, che ha riconfermato anche in questa occasione il vigore energico della sua bacchetta. Ha guidato l’orchestra in un’interpretazione appassionata senza sbavature della partitura – che presenta elementi tipici, gusti e  sonarità proprie della musica sacra e profana russa – restituendo pienamente tutto il pathos che l’opera contiene. L’allestimento del Teatro di Odessa, poi, è sapientemente efficace  nel rappresentare sia il registro solenne, epico, della storia che quello  folkloristico, e coniuga bene l’apporto importante del coro e quello coroeografico. Di grande effetto i quadri danzati, soprattutto quello  delle celebri “Danze polovesiane” del secondo atto, trasformate in pura festa dall’abile coreografo Yuri Vasyuchenko, per la prima volta  al Verdi ma già vincitore di numerosi premi nella sua carriera di ballerino. Disegna in scena quadri gustosi e acrobatici con una facilità e fluidità espressiva  davvero affascinante.   La regia di Stanislav Gaudasinsky, anche lui al debutto aTrieste (ma una  celebrità in patria), ha il gran pregio di essere attenta all’equilibrio complessivo dell’opera, dosa con parsimonia gli elementi in scena. Gaudasinsky si concentra su pochi simboli utili a rendere le atmosfere piú proprie della tradizione culturale russa (cupole dorate e icone bizantine) e introduce leggere asimmetrie grazie a una pedana mobile, restituendo  pienamente il tipico  gusto  grazie alle scene ad effetto di Tatiana Astafieva e  nell’utilizzo delle luci firmate da Vyacheslav Usherenko.  

Un allestimento che il pubblico ha accolto favorevolmente,  riservando piú di qualche apprezzamento agli artisti già a spettacolo in corso. Calorsi  gli applausi per Alexey Zhmudenko, non nuovo sul palcoscenico del Verdi, che  restituisce una interpretazione del personaggio principale vigorosa e solenne. Ottimo debutto a Trieste anche  per gli altri protagonisti della compagnia ucraina. Tra i piú applauditi  il tenore Vladislav Goray, artista di fama internazionale, che tratteggia e modula in voce la liricità del suo Vladimir Igorevich, il figlio di Igor, e  Katheryna Tsymbalyuk, solista stabile dal 2011 del Teatro,  che ha restituito tutta l’ intensità emotiva del personaggio di Konchakovna, la bella figlia del nemico.

L’Orchestra e il Coro della Fondazione, insieme al Coro e ai bravissimi ballerini del Corpo di Ballo del teatro ucraino, hanno poi fatto il resto facendo ricreando il fascino di  un’opera intensamente epica.

Si replica sino al 16 febbraio.

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