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L’età del caos secondo Federico Rampini

Il populismo ai tempi di Trump. È un viaggio dentro la geografia politica, culturale e religiosa dagli Anni ‘80 a noi, il  terzo spettacolo proposto da Federico Rampini – passato anche per Trieste, al Teatro Bobbio di Trieste. “Trump Blues, l’età del caos” descrive gli States come non mai a teatro, da Reagan a Trump, passando per la Cina e l’Isis.
In poco meno di due ore il giornalista e scrittore italiano – firma prestigiosa di Repubblica, corrispondente dal 2009 da New York, da una vita in giro per il mondo,   da Bruxelles a San Francisco, da Parigi e Pechino – condensa tutta la sua esperienza, frutto anche dei novemila chilometri percorsi nella pancia dell’America, alla ricerca di risposte di  una middle class  e di quegli operai bianchi dell’interno del continente nord americano, che hanno determinato il successo di Trump.
In perfetto stile da giornalismo teatrale, affiancato dal figlio Jacopo – coautore anche dei testi e che sul palcoscenico è decisamente a suo agio – Rampini senjor propone in realtà un viaggio nella Storia e nelle storie, procede per flash back e improvvise virate, alla ricerca di come e perché siamo finiti nell’era del Caos. Sciorina con lucidità cifre, dubbi, riflessioni, aggiornate anche al tg appena andato in onda poco prima, per porre domande e formulare risposte. Affianca alla news piú recente le traduzioni originali dei discorsi di Trump come quello, gustoso, interpetato da Rampini junior, esuberante fotocopia del presidente d’America. Ripropongono parole della Storia  che noi europeo davamo per superati, come il “Manifesto dei Futuristi” di Marinetti del 1909 o la visione del mondo d’annunziana, quali esempi di un laboratorio politico italiano che anticipò tendenze che, oggi, contagiano il mondo intero. Sî, perché se negli U.S.A ci studiano per capire come uscirne, il paradosso è che anche l’America “conquistatrice” alla fine della seconda guerra mondiale è  finita  con l’essere conquistata dal fascino del pupulismo di destra europeo.
Ne viene fuori un ritratto di un Trump (il genio stabile come si è definito) dai toni anche vivaci – grazie anche ai contenuti musicali di Valentino Corvino e Roberta Giallo che interpetano e riarrangiano, celebri evergreen di Bob Dylan e Rolling Stones, scelte dallo stesso Trump per la sua campagna elettorale e come lui aggressive e provocatorie. Un ritratto che ci fa capire non solo come il tycoon americano, fallito innumerevoli volte e risorto dalle sue ceneri, non sia piú esclusivamente il presidente dai tweet d’effetto quanto colui che sta cambiando l’America, smantellando le normative ambientaliste, amputando ampie zone dei parchi nazionali, autorizzando la realizzazione del più grande oleodotto d’America.
Una rivoluzione permanente la sua tale da essere dirompente e continuamente “liquida” per usare la definizione di Bauman, vivendo in continuo conflitto di interessi.
Ma è anche il presidente che sta funzionando e da risposte ad una parte consistente del paese. Cambiando la politica fiscale del paese, incidendo favorevolmente sull’andamento in Borsa Trump dà sicurezza ed identità ad una middle class in crisi, ridotta in povertà tra perdita di lavoro e piaghe sociali (soprattutto droga e alcool), delusa, incompresa abbandonata dai democratici, e che ora ha virato a destra.
Un domani la Storia potrebbe impallidire al cospetto delle vicende firmate Trump, al punto da rendere sbiaditi i ricordi di Obama, Reagan, Kennedy. Parola di Rampini ma quello che non dobbiamo fare – ed è questo il suo invito – è chiudere gli occhi e abbracciare il disfattismo.

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