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Lirica: l’arte del Barbiere di Siviglia

Un allestimento all’insegna della tradizione e della commedia dell’arte. Un omaggio all’immaginario rossiniano ma anche alla gloriosa stagione dei teatranti dell’epoca. È operazione astuta, colta  e intelligente quella in scena al teatro Verdi di Trieste per il nuovo allestimento del Barbiere di Siviglia di Giacomo Rossini, capolavoro dell’opera buffa e una delle opere piú amate e popolari per le sue celebri arie.
Firmata da Giulio Ciabatti, regista attento – ormai di casa al teatro Verdi – e diretta dal maestro Francesco Quattrocchi – classe ’83 e una formazione di altissimo livello – il nuovo allestimento dell’ente lirico triestino sa trasformare i vincoli in opportunità. Il suo Barbiere – pensato per l’inaugurazione dell’Opera di Dubai – si allontana dalle cristallizzate ambientazioni settecentesche e si ispira piuttosto al lato popolano della partitura rossiniana e ne sottolinea ritmo e gaiezza. Ne evidenzia il linguaggio spontaneo guardando alla gestualità della commedia dell’arte e dei teatranti di mestiere e di strada. Via allora i fondali piatti e la ricercatezze rococó per ispirarsi alle ambientazioni delle tele di Rembrandt e Goya, collocando la scena in una piazza, firmata da Aurelio Barbato, dal sapore partenopeo (un omaggio al luogo dove fu composto il Barbiere), di quelle che coniugano il ‘600 con la classicità. È questa l’unica scenografia entro cui, di volta in volta,  Ciabatti ricrea con bauli, parrucche appese e separè, le ambientazioni della storia del Conte di Almaviva e di Rosina. Punta sulla comicità espressiva e gestuale e sui movimenti corali. E  il cast lo segue pienamente su questo registro. Incanta per espressività, voce e grazia la Rosina di Aya Wakizono. Al debutto sul palcoscenico del Verdi la giovane interprete di origine giapponese si è già affermata nel celebre ruolo rossiniano nella produzione del Teatro alla Scala per l’Expo. Grintosa, da vero guascone, l’energica interpretazione che di Figaro fa il baritono Mario Cassi e, forte dei suoi successi nei maggiori teatri europei, ben restituisce quella fierezza che Rossini concepí per questo ruolo quando attinse al testo (Le Nozze di Figaro) di Beaumarchais, e lo fece diventare simbolo della gioia vitalistica e irrefrenabile di una borghesia in ascesa.
Giorgio Misseri – che ricordiamo come “Ernesto” nel Don Pasquale del 2015 – dopo un inizio un po‘ incerto – recupera e dona al suo Conte di Almaviva la giusta espressività del ruolo amoroso.
Molto apprezzato dal pubblico anche il baritono Domenico Balzani (già Dulcamara e Ford nell’Elisir d’amore e Falstaff nel 2015) che veste comodamente e comicamente i panni di di Don Bartolo. Applausi anche per il Basilio di Giorgio Giuseppini ( lo Sparafucile del recente Rigoletto), la Berta di Maria Cioppi e il Fiorello da Giuliano Pelizon.

Questo Barbiere,  ricco di sfumature, raffinato e giocoso, rimane in scena a Trieste sino al 18 febbraio con doppia compagnia di canto.

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Lirica: l’arte del Barbiere di Siviglia

Un allestimento all’insegna della tradizione e della commedia dell’arte. Un omaggio all’immaginario rossiniano ma anche alla gloriosa stagione dei teatranti dell’epoca. È operazione astuta, colta  e intelligente quella in scena al teatro Verdi di Trieste per il nuovo allestimento del Barbiere di Siviglia di Giacomo Rossini, capolavoro dell’opera buffa e una delle opere piú amate e popolari per le sue celebri arie.
Firmata da Giulio Ciabatti, regista attento – ormai di casa al teatro Verdi – e diretta dal maestro Francesco Quattrocchi – classe ’83 e una formazione di altissimo livello – il nuovo allestimento dell’ente lirico triestino sa trasformare i vincoli in opportunità. Il suo Barbiere – pensato per l’inaugurazione dell’Opera di Dubai – si allontana dalle cristallizzate ambientazioni settecentesche e si ispira piuttosto al lato popolano della partitura rossiniana e ne sottolinea ritmo e gaiezza. Ne evidenzia il linguaggio spontaneo guardando alla gestualità della commedia dell’arte e dei teatranti di mestiere e di strada. Via allora i fondali piatti e la ricercatezze rococó per ispirarsi alle ambientazioni delle tele di Rembrandt e Goya, collocando la scena in una piazza, firmata da Aurelio Barbato, dal sapore partenopeo (un omaggio al luogo dove fu composto il Barbiere), di quelle che coniugano il ‘600 con la classicità. È questa l’unica scenografia entro cui, di volta in volta,  Ciabatti ricrea con bauli, parrucche appese e separè, le ambientazioni della storia del Conte di Almaviva e di Rosina. Punta sulla comicità espressiva e gestuale e sui movimenti corali. E  il cast lo segue pienamente su questo registro. Incanta per espressività, voce e grazia la Rosina di Aya Wakizono. Al debutto sul palcoscenico del Verdi la giovane interprete di origine giapponese si è già affermata nel celebre ruolo rossiniano nella produzione del Teatro alla Scala per l’Expo. Grintosa, da vero guascone, l’energica interpretazione che di Figaro fa il baritono Mario Cassi e, forte dei suoi successi nei maggiori teatri europei, ben restituisce quella fierezza che Rossini concepí per questo ruolo quando attinse al testo (Le Nozze di Figaro) di Beaumarchais, e lo fece diventare simbolo della gioia vitalistica e irrefrenabile di una borghesia in ascesa.
Giorgio Misseri – che ricordiamo come “Ernesto” nel Don Pasquale del 2015 – dopo un inizio un po‘ incerto – recupera e dona al suo Conte di Almaviva la giusta espressività del ruolo amoroso.
Molto apprezzato dal pubblico anche il baritono Domenico Balzani (già Dulcamara e Ford nell’Elisir d’amore e Falstaff nel 2015) che veste comodamente e comicamente i panni di di Don Bartolo. Applausi anche per il Basilio di Giorgio Giuseppini ( lo Sparafucile del recente Rigoletto), la Berta di Maria Cioppi e il Fiorello da Giuliano Pelizon.

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