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Machbeth: un trionfo per il pubblico e la critica al Teatro Verdi di Trieste

Machbeth ha fatto l’en plein. Questa edizione, in scena sino al 16 marzo prossimo al Teatro Verdi di Trieste, piace alla critica e al pubblico. Per le voci potenti, a partire da quella del soprano greco di caratura mondiale,  Dimitra Theodossiu – un’appassionata ed intensa lady Machbeth –  e del baritono argentino Fabian Veloz – un altrettanto convincente e timbricamente presente  Machbeth -che ha debuttato  con quest’opera in Italia.

Per l’allestimento, semplice ma efficace, con le scenografie  cupe ed allusive di Josef Svoboda, riprese da Benito Lenori, i costumi di Nanà Cecchi e la regia intensa e  sempre sul punto, di Henning Brockhaus.  Esalta, il regista tedesco,  la drammaturgia verdiana e la storia  shakespereana,  ne amplifica il registro visionario,  ispirandosi a Kurosawa e ad Orson Welles, e dà forma alla depravazione e ai cuori –  induriti come pietra da bramosia, avidità e potere –  dei protagonisti. Il tutto in un equilibrio di forme, materiali e colori.

Ma non basta. A rendere perfetta questa ripresa, realizzata in coproduzione con la Fondazione Pergolesi Spontini di Jesi e il teatro Carlo Felice di Genova  è stata anche  la conduzione, precisa ed appassionata anch’essa,  del maestro Giampaolo Maria Bisanti, già considerato uno dei migliori talenti in circolazione, che ha saputo mettere in risalto un’opera difficile come questa,  trovando subito il feeling giusto con la componente orchestrale. Niente belcanto, niente tenore, no arie chiuse, per una musica sorprendente, che Verdi volle  abilmente descrittiva dell’animo umano, al punto da sviscerarne gli abissi psicopatologici.

Non da ultimo per la possenza del coro,  diretto da Paolo Vero, coprotagonista, sia nella versione maschile che in quella  femminile dell’opera.

Insomma non una sbavatura per l’operazione triestina che mette a segno un’allestimento pieno di pathos e bellezza   che non ha niente da invidiare agli altri templi sacri della lirica. Da vedere per credere.

 

di Monica Ferri

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