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Il secondo figlio di Dio di Simone Cristicchi

Il cantastorie Cristicchi torna a teatro e incassa un altro successo.
Questa volta il suo ardore civile lo porta a rispolverare la storia di un mistico toscano di metà Ottocento, David Lazzaretti,  ma soprattutto, della sua utopia capace di unire fede e amore per i deboli, religione e giustizia sociale. Uno di quelli, mezzo profeta e mezzo eretico, citato e studiato da Gramsci, Tolstoj, e Pascoli, tanto per citare alcuni suoi ammiratori, ma sconsciuto in patria. “Il secondo figlio di Dio” – questo il titolo dello spettacolo in scena sino al 7 marzo al Teatro Bobbio a Trieste – è la storia del  sogno rivoluzionario per i tempi culminato nella realizzazione della “Società delle Famiglie Cristiane”. L’inizio di una rivoluzione possibile, che avrebbe potuto cambiare il corso del nostro paese. Insomma è ancora una storia scomoda quella che sceglie Cristicchi per il suo teatro di impegno civile. Una di quelle che interrogano le coscienze (quale fede? quale il senso della nostra vita? quale giustizia ? ), quasi un invito ad aprire le porte a una società più giusta, fondata su istruzione, solidarietà, uguaglianza. Esattamente il tipo di società che profetizzava Lazzaretti in un proto-socialismo ispirato alle primitive comunità cristiane.
Per farlo Cristicchi sceglie ancora la formula del teatro-canzone e rinnova il felice sodalizio con il regista Antonio Calenda e con Valter Sivilotti, per la parte musicale, lo stesso sodalizio di Magazzino 18.
Tra testi carichi di poesia e canzoni inedite il menestrello romano sale e scende dall’imponente carro di fine ‘800, unico compagno di scenografia – assieme a qualche video proiezione – che di volta si trasforma e crea le atmosfere della storia. Diventa una grande prova d’attore la sua. Alternando le parti riporta sulla scena tutti i protagonisti di questa “incredibile storia, una di quelle che se non te la raccontano non la sai”. E così per un’ora e quaranta l’appassionato cantattore non si ferma un istante, magistralmente diretto da Calenda che gli cuce addosso uno spettacolo capace di  valorizzare tutta l’intensità della storia e  la profondità di un testo scritto assieme a Manfredi Rutelli.
Una collaboraziome assolutamente riuscita, uno spettacolo che scorre coinvolgente, intenso e privo di incertezze sino all’ultimo invito, il più grande e universale, che riguarda ognuno di noi: tutti abbiamo un destino, un sogno in cui credere, e, costi quel che costi, bisogna seguirlo fino in fondo.

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