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Standing ovation per Ezio Bosso a Trieste

Non sai se a incantare è più l’uomo o il musicista, il filosofo, che a tratti emerge in lui provato dalla vita, o il compositore di fama internazionale. Certo è che il pubblico del Teatro Rossetti  gli ha riservato l’altra sera una standing ovation calorosa dopo due ore di concerto. Nella tappa triestina del suo tour Ezio Bosso arriva sul palco allegro.  ” Sono proprio felice di esser qui, esordisce il maestro, una tappa che cercavo da 18 anni”. E il pianista, già enfant prodige, torinese, compositore e direttore d’orchestra di fama internazionale, che ha giraro tutto il mondo con la sua musica, ha testimoniato tutta la sua versilità professionale e la sua saggezza di vita conquistata a fatica. Si è raccontato, con simpatia e autoironia, pur faticando a parlare, emozionandosi ed emozionando i presenti con le sue parole e il suo pianoforte, un Gran coda Steinway & Son della collezione Bussotti-Fabbrini, appositamente preparato sulle specifiche del Maestro da Piero Azzola. ” Io e lui siamo una coppia di fatto”  scherza con un umorismo che non ti aspetti. Tutto gira intorno al concetto di stanza. Noi non ci pensiamo, dice, ma non c’è attività umana che non abbia a che fare con questa parola. Vocabolo polisemantico, divenuto simbolo della sua ricerca, stanza significa di volta in volta,  camera, canzone ma anche affermazione, prendere coscienza dentro di sé per  aprirsi agli altri. E tra una battuta e l’altra costruisce un filo narrativo. Inizia  con la prima stanza, “Following the bird” (ho scelto l’inglese perché in italiano il titolo avrebbe suonato male, scherza) il brano con cui ha commosso e incantato al Festival di Sanremo. ” È il brano con cui mi sono perso ma lì ho riflettuto sul fatto che è importante a volte perdere, e perdersi, perché  si impara a seguire”. Poi, sempre riflettendo sul significato delle stanze, cambia genere e presenta brani di repertorio, contenuti nel cd uscito a fine 2015, tre preludi di Chopin (scritti in una fredda stanza) e tre stanze di Bach. Passa poi a “In a Landscape” (The Smallest Room) di John Cage, “Split, Postcards from Far Away” (The Tea Room) – da lui scritta partendo dal significato attribuito a un cartello stradale – e “Emily’s Room” (Sweet and Bitter) dedicato a Emily Dickens, la poetessa delle stanze, la sua preferita, lei che si rinchiuse in una stanza per la vita. La prima parte scivola via con Bosso che dimostra tutta la capacitá comunicativa di intrattenitore e conferenziere. Infine al secondo tempo dedica tutta la Sonata scritta da lui, la no. 1 in G minore per solo piano (la 12^ stanza). 45 minuti di creatività pura che neanche la malattia che lo affligge riesce a limitare. Neanche la stanza dell’ ospedale “perché nella mia vita ho dei momenti in cui entro in una stanza che non mi è molto simpatica detto sinceramente”. È la parte più innovativa e raffinata, che disvela  il suo talento, lui che  si è esercitato nei più disparati e complessi ambiti musicali, dalle composizioni classiche per le grandi orchestre sinfoniche, da camera o solistiche, alle colonne sonore per il cinema (con Salvatores) fino al teatro, alla danza e alla sperimentazioni con i ritmi contemporanei.
Ne viene fuori tutto il suo rapporto profondo e complesso con la musica, suonata da quando aveva quattro anni, da cui la malattia lo ha tenuto lontanto nel suo momento peggiore, musica che lo fa star bene. E che testimonia abbracciando il,suo pianoforte al termine di ogni esecuzione. “Noi musicisti siamo ossessionati dalla perfezione, dice, ma non lo facciamo per noi, per esser bravi sottolinea, ma per far star bene il mio compagno” (indica il pianoforte, ndr). “Perché la musica – continua- è un esempio di socialità ideale quella in cui si fa bene per far star meglio l’altro” . E poi ripete lo slogan lanciato a Sanremo, ” perché la musica, come la vita, si fa insieme”. Quanta profonda saggezza per quest’uomo che già negli anni ’90 calcava le migliori scene internazionali dall’America all’Australia, dal Messico all’Europa. Si chiude con un  bis, Smile for one, ” perché il sorriso – aggiunge ancora – unisce piu di un passo”.

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