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Tex Mex onair con Straight On

I Tex Mex, ospiti il 27 febbraio a B-Side con Frank Get ed Elisa Maiellaro per presentare in nuovo album, entrano nella playlist di Radio Punto Zero tra le proposte “made in Friuli Venezia Giulia”, una selezionedi album e singoli di band e cantanti della regione curata dalla nostra redazione musicale, con il singolo “Straight On” tratto dal loro album d’esordio “Thebesthasyettocome”.

Chi sono i Tex Mex? Scopriamolo nella presentazione curata da Daniele Benvenuti:

La loro Trieste scivola dalle alture del Carso fino alle onde del Mare Adriatico come un sorso di birra fresca che regala giovamento a una gola arsa in una giornata straordinariamente torrida.

La loro Trieste che vivacchia culturalmente ad un solo sputo dal confine con la ex Yugoslavia (oggi Repubblica di Slovenia), proprio come accade con le aride praterie del Texas quando franano verso la disperazione del Messico. Oppure come quella Carinzia che, per loro ormai da anni preziosa terra di conquista artistica, un centinaio di chilometri più ad ovest precipita in Italia attraverso il Tarvisiano. Ecco spiegato Tex Mex, il nome di questo combo proto-blues (ossia, non soltanto blues…) giuliano che, per nulla ispirato dalle atmosfere roots della scena di Austin o magari da quelle mariachi del barrio di Los Angeles, si rifà invece ai juke joint e alle baracche del Delta, alle bettole e ai postriboli di Chicago nonché a qualche palude della Louisiana (sarebbe bello immaginare una disputa scherzosa nella fanghiglia tra Willy Deville che utilizza il bastone con il manico d’avorio e Clifton Chenier che risponde per le rime armato di spiedone rovente…). Senza dimenticare forti ed evidenti influenze southern, cantautorato blue collar e persino intenso soul bianco.

Un nome, Tex Mex, che forse aggirerà abilmente le attese dei fan di Flaco Jimenez o dei Los Lobos ma che, in realtà, soddisfa orecchie e palato quasi a 360° (diciamo a 270°, ecco…).

Biografia

Questo esperto combo dalle molteplici contaminazioni, nato nel 2010 dalle ceneri dei concittadini Blue Roots (due ex W.I.N.D. più Frank Get), esordisce dunque nel febbraio 2013 con un album, ‘Thebesthasyettocome’ (ma si può scrivere anche con gli spazi canonici, anche se in questo caso vengono rispettati i canoni del sobrio booklet creato dal grafico Paolo Godina…), destinato a far parlare (bene) la critica di settore. E non tanto per l’intensa e commovente versione conclusiva di ‘No surrender’, reperibile anche in formato video (firmato dal giovanissimo e talentuoso regista Francesco Termini) e inserita in extremis quale sincero tributo alla memoria del batterista Dario Vatovac, scomparso all’inizio del 2012 ma presente in gran parte dei brani con il suo inconfondibile drumming. Ma, anche e soprattutto, per una serie di brani che, se partoriti da una band di Macon oppure di Jacksonville, farebbero gridare immediatamente al miracolo una lunga serie di italici recensori.

Protagonisti dal 2010 della scena di Alpe-Adria tra Friuli Venezia Giulia, Slovenia e Austria, hanno forzatamente cambiato line-up strada facendo ma trovando nuova linfa, al fianco del basso e della voce di Frank Get, nel percussionista Sandro Bencich (a sua volta ex W.I.N.D.), nell’armonica di Marco Beccari e nelle chitarre dell’estroverso Matteo Zecchini, passato attraverso numerose collaborazioni internazionali con il suo sound essenziale ed incisivo. Non badano proprio per nulla all’immagine, ‘accontentandosi’ di un look ‘naturalmente’ seventies da ‘rock’n’roll heroes’. In realtà, tuttavia, assicurano molto fumo e poco arrosto, pronti a soddisfare parecchie tipologie di palati. Da quelli più fini a quelli ormai rodati da anni di peregrinazioni targate Alligator.

 

‘Thebesthasyettocome’, esordio discografico

Dodici brani, la cover già citata e undici gustosi originali: dieci dei quali composti dal leader Frank Get, al secolo Franco Ghietti, già polistrumentista, cantautore, arrangiatore e produttore, repertorio autografo in italiano e in inglese con le precedenti band (Frankie & the Spare Parts, F.G. & The East Tornado e Sottofalsonome) per oltre mille date complessive all’attivo, fonico e turnista (tra i tanti, anche con Joe Cocker, Gary Moore e Stan Getz, Vasco Rossi, Ivan Graziani, Al Jarreau, The Wailers, Sarah Vaughan, Marillion e Charile Haden). Abbandonate temporaneamente le pulsioni blue collar e ritornato al basso (anche in solitaria con l’album ‘Hard blues’ del 2010 su etichetta Videoradio), il Ghietti/Get ha fortemente voluto questo progetto, registrato (e concepito in collaborazione con Giovanni ‘Staxx’ Vianelli al piano e alla voce, uscito dall’organico a causa di numerosi impegni della band ma comunque disponibile per le occasioni speciali) durante alcune ‘live sessions’ andate in scena al Thunder Studio e all’Urban Recording Studio (prezioso il supporto di Fulvio Zafret) di Trieste, tra il 2011 e l’inizio del 2012, riuscendo nell’intento di catturare l’attitudine jam, le atmosfere bluesy e le influenze sudiste anche grazie agli interventi di James Thompson (sax già al servizio, tra gli altri, di Zucchero, Paolo Conte e Joe Cocker), nonché di Elisa ‘Selfish Eve’ Maiellaro ed Elisa Bombacigno ai cori. La produzione, inoltre, comprende anche il consistente contributo della Scuola di Musica 55, presieduta dal musicista e funambolico coordinatore Gabriele Centis. Una cifra stilistica unica basata sulla massima valorizzazione espressiva dei singoli e mai a discapito del ‘groove’ collettivo che emerge fin dalle prime battute di ‘The best has yet to come’ (questa volta con gli spazi canonici…). Uno stile e una consapevolezza emersi anche alla luce dell’intensa attività live, chiave per il consolidamento e l’evoluzione stilistica della band che, proponendo un repertorio misto di standard blues e pezzi propri, ha affinato caratteristiche uniche.

‘The swamp’, aperta da un’armonica quasi ‘native american’ e da un drumming da sentiero di guerra, inaugura un’opera all’insegna della versatilità. Il titolo del pezzo, tuttavia, è fuorviante: perché non ci troverete proprio nulla di babbo John Fogerty o di zio Tony Joe White, spodestati da un’infinita galoppata degna di una jam band (molto più band che jam…) nella quale l’harp attack di Beccari e l’inserimento progressivo dei cori femminili e del piano di Vianelli ricordano molto di più la Dickinson family e un JJ Cale in versione creola. Un brano adattissimo alla chiusura del cd (pure ‘Free bird’ chiudeva ‘Pronounced ‘l?h-nérd skin-nérd’…) ma inserito, coraggiosamente, in posizione opposta per lasciare al riff di Zecchini il compito di lanciare una ‘Playin’ with my mind’ che spinge decisamente in direzione Dixie Dregs, magari corretta da un Charlie Daniels in versione insolitamente honky tonk.

La prima ballata arriva con ‘Good times’: piuttosto cantautorale, per nulla blues ma adatta alla voce di un Get ispirato nel navigare dalle parti del Van Morrison meno ‘colto’, trova anche il prezioso supporto del sax crepuscolare e paraculo di Thompson. ‘Hot aliens afternoon’ bussa dichiaratamente alla porta di casa Little Feat con Dr. John addetto alla portineria e Leon Russell alla dependance, mentre la successiva ‘Don’t let me down’ riabbassa i toni dell’intimità, parafrasando atmosfere ben note ai fan degli Stones ma solo quando è Chuck Leavel a digitare sulle tastiere.

‘Straight on’, firmato dal trio Zecchini-Get-Vianelli, è fratellanza Allman allo stato puro ma con i cori ad anticipare il ritorno del sax da Atlanta Rhytim Section e un’armonica degna di ‘Train train’ dei Blackfoot (magari nella versione di nonno Shorty Medlocke, trafugata dalla bambolona Dolly Parton) in attesa che ‘Under pressure (reprise)’, targata Get-Vianelli (è proprio il secondo a lanciarla con un accattivante intro honky tonk boogie di piano acustico che, fortunatamente, tornerà ben presto a galla), confermi le contaminazioni confederate con profumi di Lowell George e un pizzico di funky da Muscle Shoals (senza però infilarsi mai negli annunciati dedali che portano verso Bo Diddley, ZZ Top e Jimi Hendrix) grazie alle pennellate assai poco polverose di chitarra targate Zecchini.

‘The secret’, senza scomodare Mike Farris, si assesta dalle parti di Robert Cray e Roberto Ciotti con il suo blues gustosamente ruffiano e un Vianelli adattissimo a prendersi il microfono, lasciando a Frank Get l’amato basso elettrico e a nuove incursioni di Thompson il compito di affondare la lama; ‘You don’t know’ rialza invece i toni vintage riportando tra Free, Grand Funk Railroad e Ten Years After ma con una più moderna pulizia dei suoni e un’armonica che, insieme ai cori bisex, sposta gli assetti decisamente fuori dai circuiti pre hard rock: un brano, in versione live, destinato a trascinarsi all’infinito in un bis chitarristico con Zecchini un passo avanti agli altri (fisicamente parlando) e in grado di entusiasmare anche un passante occasionale, diretto magari con tanto di biglietto omaggio a un’esibizione di qualche band del vecchio-nuovo indie-rock italiano in mascherina e troppo ‘correttamente schierato’ per essere criticato.

L’attacco di piano che contraddistingue ‘I feel so lonely’, può anche far inizialmente pensare a John Hiatt ma, soltanto una manciata di secondi dopo, è evidente che ci si trova piuttosto dalle parti di un James McMurtry insolitamente agreste e, magari, con il trio di Calvin Russell buonanima dietro le spalle: intima ma cruda, ondulata ma ruvida. ‘Work on time’, di fatto, chiude i giochi (la conclusiva e acustica ‘No surrender’, come detto, è un drammatico ma affettuoso tributo a Dario ‘Doppio’: riuscito sotto l’aspetto morale e anche sotto il piano strettamente artistico con la voce di Frank Get, affiancata dall’armonica di Beccari, a incidere una sigla invisibile anche nei cuori di chi non ha mai conosciuto il loro amico…) e regala una sorprendente marcetta da piano a muro che non sarebbe dispiaciuta a Randy Newman ma anche forte di arpeggi di mandolino a spingerla allegramente verso il Ry Cooder (ma prima della svolta world music…).