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Un Boris Godunov tra tradizione e innovazione

Se c’è un opera lirica che incarna il sentiment o il mood, si direbbe oggi, della Grande Russia degli Zar questa è il  Boris Godunov di Modest Petrovic Musorgskij, ispirato al celebre romanzo di Puškin. L’opera, in scena sino al 15 febbraio al Teatro Verdi Trieste, è arrivata nel bell’allestimento di stampo tradizionale con la regia storica di Yurii Victorovych Chaika, ripresa da Victoria Chernova. Sfarzoso nei costumi e con le splendide scenografie storiche di Anaroly Arefev è il frutto  della preziosa collaborazione con l’ucraina Dnepropetrovsk Academic Opera and Ballet Theater di Dnipro che ne ha curato la realizzazione in accordo con l’ente lirico triestino.  L’opera in scena  a Trieste si distingue per una  versione inedita del complesso capolavoro di Musorgskij, compositore che segnò la musica nel suo paese sino a Shostakovich, volto al culto dei valori profondi, innamorato delle melodie contadine e  popolari. Il maestro Alexander Anissimov, una carriera ricca di premi alle spalle e profondo conoscitore dell’opera con le sue diverse rielaborazioni, ha infatti confezionato per il Verdi una sintesi efficace tagliando alcune parti della partitura e muovendosi lungo la strada tracciata dalla tradizione dell’edizione Lamm – Asafev (1928), la piú usata nel mondo teatrale russo. Un’operazione lungimirante, che va incontro ad un pubblico non avezzo alla grammatica musicale dell’est, efficace nel tener conto anche di alcune prassi esecutive e dell’orchestrazione  di Rimskij Korsakov (come il duetto tra Marina e il falso Dimitri del terzo atto). Una scelta musicale che rende piú fruibile quest’opera complessa e ricca di contrasti, nella quale convivono la presenza della musica corale, ora liturgica ora popolare, la levità delle danza del folklore russo e la ruvidezza di alcuni passaggi compositivi. Accurata la conduzione del maestro  che ha accuratamente diretto l’Orchestra del Teatro Verdi, imprimendo grande enfasi soprattuto nelle importanti parti corali della partitura. Sul palco tra gli artisti della compagnia ucraina si sono distinti per intensità interpretativa Taras Shtonda, un Boris convincente nel suo tormento interiore, Oleksii Strizhak,  nei panni dello ieratico  monaco Pimen, Vladislav Gorayha tratteggiato l’idealismo fervente del falso Dimitrij, Kateryna Tsymbalyuk, un’ affascinante Marina, ed Eduard Srebnytskyi, nella parte di Šuiskij. Ottima la prova del coro del Verdi “rinforzato” dalle maestranze corali del teatro ucraino e dai Piccoli Cantori della Città di Trieste.

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