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La forma dell’infinito, approfondimento del curatore Don Alessio Geretti

Pare un miracolo. Dopo 2.400 chilometri di viaggio per giungere a Udine dalla Galleria Tretyakov di Mosca, a Casa Cavazzini arriverà un’opera che pareva fin troppo audace chiedere in prestito per la mostra «La forma dell’infinito»: si tratta di Mosca I, Piazza Rossa, di Vasilij Kandinskij, dipinta a olio su tela nel 1916, su un quadrato di circa cinquanta centimetri di lato che racchiude non solamente una delle piazze più celebri e vaste al mondo ma anche il momento che segnò una svolta nel percorso artistico dell’artista. Di Kandinskij, in mostra, verranno esposte anche una Composizione – la quarta – e un’Impressione – la quinta – che insieme al quadro moscovita risuoneranno come musica di colori e forme nella sala prescelta per esporle una accanto all’altra.

Per capire quanto sia un privilegio trovarci a Udine di fronte a Mosca I è necessario ripercorrere almeno qualche tratto della vicenda e delle memorie di Kandinskij. Siamo in Russia, alla fine dell’Ottocento. Un giovane promettente, incamminato verso una brillante carriera universitaria, la abbandona per dedicarsi al richiamo dell’arte, dopo aver coltivato per diversi anni il gusto per la pittura e per i colori nei pochi momenti lasciati liberi dalle altre incombenze. A smuovergli qualcosa nell’anima è un viaggio del 1889, quando la Società Imperiale di Scienze Naturali e Antropologia ed Etnografia lo invia per un mese, studente ventitreenne, nel governatorato di Vologda, a studiare le credenze popolari e i principi giuridici delle popolazioni rurali russe komi. Vasilij Kandinskij, entrando in quelle grandi case contadine di legno, racconta d’essere stato attraversato da «impressioni rare che mai più si rinnovarono. Mi insegnarono a commuovermi, a vivere in pittura. Ricordo ancora che, entrando per la prima volta nelle sale di un’isba, restai inchiodato di stupore davanti alle pitture sorprendenti che da ogni lato mi circondavano. Alle pareti, figure popolari: un eroe (il bogatyr’), una battaglia simbolicamente rappresentata, una canzone popolare illustrata…».

Ecco, in Kandinskij queste suggestioni cominciarono ad aprire una strada fino a quando due eventi cambiarono radicalmente la sua vita nel 1895. Il pittore rammenta anzitutto la vivissima emozione che lo trapassa al cospetto di un quadro di Monet, in occasione della mostra degli impressionisti francesi a Mosca: «Ora all’improvviso mi trovavo per la prima volta di fronte a un dipinto rappresentante un pagliaio, come diceva il catalogo, ma che io non riconoscevo come tale. Questa incomprensione mi turbava e mi indispettiva […]. La pittura mi apparve come dotata di una potenza favolosa, ma inconsciamente l’“oggetto” trattato nell’opera perdette per me parte della sua importanza, come elemento indispensabile». Nello stesso periodo, ascoltando il Lohengrin di Richard Wagner, Kandinskij testimonia: «mi sembrava di vedere tutti i miei colori, li avevo sotto gli occhi. Linee scompigliate, quasi stravaganti mi si disegnavano davanti». Egli non può fare a meno di associare quella musica alle reminiscenze di un’immagine che lo affascina da sempre e che vorrebbe finalmente riuscire ad incorporare con tutte le sue radiazioni in un quadro: lo spettacolo del tramonto sui tetti di Mosca.

Scrive: «Mosca possiede caratteristiche contraddittorie che le sono proprie e che nel complesso formano un insieme perfettamente armonico. Mosca, nell’insieme della sua vita interiore ed esteriore, è stata il punto di partenza delle mie ispirazioni di pittore, è stata il mio diapason di pittore». E così inizia e tenta e ritenta ancora, tracciando con la spatola strisce e macchie sulla tela e lasciando cantare i colori più forte che potevano, nella speranza che in quelle tele risuonasse l’ora crepuscolare di Mosca. Rievocando quel momento, aveva scritto: «Mosca si liquefà in questo sole, diventa una macchia enorme che fa vibrare tutto il nostro essere interiore con lo squillo di una tromba frenetica. […] Mosca risuona vittoriosamente. Il rosa, il lilla, il giallo, il bianco, il turchino, il verde pistacchio, il rosso fiamma delle case e delle chiese si uniscono al coro […]. Rendere quest’ora mi pareva la felicità più grande, più irraggiungibile che potesse toccare ad un artista».

Ecco, il quadro che dalla Tretyakov raggiungerà Udine ha il potente valore simbolico d’essere per Kandinskij la celebrazione riuscita di questa esperienza quasi mistica di un luogo e di un momento in cui il pittore era stato trapassato dal presentimento dell’infinito. In quel quadro Kandinskij ritorna a quell’ideale di fusione cosmica che aveva sperimentato diversi anni prima di fronte a un tramonto moscovita sulla Piazza Rossa, con i suoi edifici moderni inframezzati dalle cupole dorate delle chiese ortodosse e la danza di colori vivissimi di San Basilio e dei tetti della città. Così, sulla tela, colloca due personaggi dipinti di spalle, rivolti allo spettacolo multicolore che si spalanca davanti a loro; e l’osservatore, seguendo il percorso che dal basso conduce alla rupe su cui si stagliano le due figurine, si sente pervaso dalla spinta a proiettarsi all’interno del paesaggio maestoso di Mosca e dalle energie che l’attraversano, fino a oltrepassare il luogo specifico di quella piazza, per l’effetto trascinante di linee e colori e suggestioni e voli d’uccelli in lontananza, che conducono verso l’infinito. Kandinskij questo voleva dire: come lui, di fronte al tramonto che infiammava di vampe lo scenario della Piazza Rossa s’era ritrovato interiormente rapito in estasi e condotto sul ciglio dell’immensità, così un dipinto, seppur contenuto nel perimetro quadrato del telaio che gli consente d’esistere, può avere la forza di spalancare allo spirito umano la visione dello sconfinato oceano dell’essere da cui tutte le cose e le apparenze fioriscono rendendogli l’omaggio della propria particolare tonalità.

Mosca I, Piazza Rossa non è quindi un semplice paesaggio e nemmeno un paesaggio astratto o in tensione verso l’astrazione: è una pietra miliare nel cammino di Kandinskij, è la sintesi della sua convinzione sul potere dell’arte di farci sfiorare l’infinto. Trovarci davanti a quel capolavoro in Casa Cavazzini sarà come scoprire nel cuore di Udine un varco dimensionale a due passi dal mistero dell’universo.

Maggiori informazioni sulla mostra che rimane aperta a Casa Cavazzini fino al 27 marzo 2022: www.laformadellinfinito.com 

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